Storie di Cornice

L’edizione 2025 del Festival Settenovecento porta con sé una grande novità, pensata per rendere ogni appuntamento ancora più speciale.
L’ospite d’eccezione di quest’anno sarà Sandro Cappelletto, scrittore e storico della musica che sarà presente a tutti gli eventi.

Storie di Cornice vuole essere una proposta per creare una nuova chiave di ascolto della musica classica, adatta a tutti. L’ascolto verrà così arricchito da aneddoti e spiegazioni che renderanno la musica ancora più carica di significato e profondità.

Partecipate con noi a questo viaggio tra musica e racconto, in un’esperienza in cui musica e parole si arricchiscono a vicenda.

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Suggerimenti di lettura

Saggi, romanzi, biografie, libri di viaggio; alcuni classici e molti da scoprire.

Concerto per concerto opere e autori fanno nascere nuovi desideri di esplorazione del mondo e delle società attraverso la letteratura.

I libri sono disponibili presso la Biblioteca Civica di Rovereto o attraverso il prestito interbibliotecario.

Suggerimenti a cura di Mariarosa Raffaelli, Biblioteca Civica “G. Tartarotti” di Rovereto.

 

mercoledì 17 settembre 2025

ore 20.30 | Rovereto, Archivio Storico della Biblioteca

Voci dal Nord. Arie e Canzoni

In programma musiche di J. Sibelius, E. Grieg, T. Kuula, H. Leiviskä, A. Merikanto, T. Pylkkänen, T. Rangström, J. Lehmus

Franco Figari, Finlandia. La terra dei laghi, White Star, Vercelli 2005

I turisti che arrivano per la prima volta in Finlandia entrando via mare nel porto di Helsinki vengono subito catturati dal fascino di una natura che anche in città sembra avere il sopravvento. È una sensazione che si percepisce in tutto il territorio. Dalla Lapponia, con i suoi usi e costumi tradizionali che vengono mantenuti da secoli, al Baltico, viaggiare in Finlandia è entrare in contatto con una civiltà legata a doppio filo alla natura. Quest’opera illustra con parole e immagini le ricchezze di una nazione dal fascino inimitabile, capace di magie straordinarie in inverno e di sorprendenti suggestioni in estate. Una terra dove è assoluta protagonista la natura, dove l’uomo coltiva sentimenti d’orgoglio e fierezza, ma anche tolleranza e spirito di libertà.

Viaggiatore e camminatore appassionato, Figari è un giornalista e fotografo di paesaggi. La ricerca di un contatto profondo con la natura lo ha guidato nelle esperienze di viaggio e nella predilezione per i paesi scandinavi e in particolare per la Finlandia. Altri suoi libri dedicati a questo paese: Sentieri della Finlandia (l’unica guida che copra l’intero territorio finnico) e Finlandia terra di Luci, considerato uno dei più bei libri sulla natura in Finlandia.

Arto Paasilinna, Un uomo felice, Iperborea, Milano 2021

Dalla penna del maestro dell’umorismo nordico una satira feroce e spassosa sul denaro, il potere e le gioie della vita di una piccola città finlandese. Incaricato di costruire un nuovo ponte a Kuusmäki, piccolo paese sperduto tra i boschi e i laghi della Finlandia, teatro di un efferato eccidio di Rossi durante la Guerra civile, Akseli Jaatinen è destinato a suscitare una sospettosa diffidenza fin dalla sua comparsa, una nebbiosa mattina di marzo: possibile che sia davvero un ingegnere quell’energumeno che si presenta in camicia a scacchi e stivali di gomma, arriva in pullman come qualsiasi squattrinato e familiarizza subito con gli operai? Che non sia tipo da badare alle convenzioni è più che evidente, e basta poco perché i suoi modi liberi, la sua refrattarietà ai codici e alle gerarchie sociali e la sua insofferenza per ogni ipocrisia e sopruso trasformino la diffidenza dei notabili locali in guerra aperta: le autorità, la polizia e perfino il prete fanno di tutto per ostacolarlo e umiliarlo, finché non riusciranno a espellere dalla piccola comunità quell’estraneo che disturba la legge e l’ordine. Ma come in un western in salsa finnica, Jaatinen tornerà in veste di rampante imprenditore a compiere la sua beffarda vendetta di giustiziere.

giovedì 18 settembre 2025

ore 17.30 | Rovereto, Biblioteca Civica

Donne del Nord. Le compositrici nel Festival

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2013

Nell’ottobre del 1928 Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È l’occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria. Il risultato è questo straordinario saggio, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, che ripercorre il rapporto donna-scrittura dal punto di vista di una secolare esclusione, attraverso la doppia lente del rigore storico e della passione per la letteratura. Come poteva una donna, si chiede la scrittrice inglese, dedicarsi alla letteratura se non possedeva «denaro e una stanza tutta per sé»? Si snoda così un percorso attraverso la letteratura degli ultimi secoli che, seguendo la simbolica giornata di una scrittrice del nostro tempo, si fa lucida e asciutta riflessione sulla condizione femminile. Un classico della scrittura e del pensiero.

Rita Charbonnier, La sorella di Mozart, Marcos y Marcos, Milano 2022

Nannerl Mozart è una bambina prodigio; prima da sola, e poi con il fratellino altrettanto dotato, si esibisce nelle corti di mezza Europa. Poi però sarà solo Wolfgang a proseguire la sua corsa; Nannerl è una donna, e resterà a casa a dare lezioni di piano per mantenere i viaggi costosi del futuro genio della musica. Fin qui la verità storica: da qui in poi, Rita Charbonnier riscatta Nannerl dall’ombra, per raccontarci mirabilmente dolori, rinunce e sogni di una persona eccezionale, piegata dai pregiudizi della storia.

Benjamin Britten, Imogen Holst, La storia della musica, Istituto geografico De Agostini, Novara 1958

Imogen Holst e Benjamin Britten collaborano alla scrittura di questo libro divulgativo conosciuto anche come The Wonderful World of Music; il volume esplora la storia della musica nel corso dei secoli, definendo la musica come suono e ritmo organizzati, coprendo l’evoluzione del linguaggio musicale, lo sviluppo degli strumenti e i cambiamenti di stile usati per esprimere emozioni e idee attraverso il suono.

Esther Singer Kreitman, L’uomo che vendeva diamanti, Bollati Boringhieri, Torino 2016

Questo romanzo è una vera sorpresa. Esther è la sorella maggiore del due molto più famosi Isaac Bashevis e Israel Joshua: privata dell’istruzione concessa ai fratelli, costretta a sposarsi, rifiutata dalla madre perché “brutta”, relegata “In cucina”, ma incapace di “stare zitta”. Per fortuna, dato che ci regala questo superbo racconto, ambientato nella Anversa del commercianti e tagliatori di diamanti, tutti ebrei, e poi nella Londra del rifugiati, sempre ebrei, durante la prima guerra mondiale. Per tutta la narrazione, l’autrice sfoggia un’ironia più tagliente del diamante. Il protagonista assoluto della storia è Gedaliah Berman, ricco commerciante delle preziose pietre, emigrato dalla Polonia ad Anversa, iracondo, umorale, forte con i deboli e debole con i forti, e soprattutto invidioso oltre misura. Quando viene a sapere che il figlio di un concorrente sta per sposare la figlia di un ricco signore, mentre suo figlio Dovid passa le giornate a letto a leggere Spinoza e a fumare, incapace di adeguarsi alle aspettative paterne, per poco non sviene. C’è anche una figlia, altrettanto degenere ma astuta, che circuisce iI padre per ottenere favori e denaro. E la moglie, Rochl, vittima della prepotenza di Berman. La pesante routine della famiglia si complica con l’arrivo di una coppia di attivisti comunisti provenienti dallo stesso shtetl del Berman, e poi dalla comparsa del padre di Gedaliah , accolto dal figlio con un affetto e un calore inaspettati, che ammorbidiscono la durezza del personaggio.

venerdì 19 settembre 2025

ore 17.30 | Rovereto, Cortile di Palazzo Alberti Poja

Tra Norvegia e Bretagna.

In programma musiche di E. Grieg, Y. Tiersen, C. Debussy

Knut Hamsun, Il risveglio della terra (Markens Grøde1917), il Cerchio, Rimini 2016

Il romanzo narra la storia di Isak, personaggio di non ben chiare origini, che decide di stabilirsi in un appezzamento di terra senza padrone nella Norvegia settentrionale, insieme con la moglie Inger. La loro vita viene scandita dal succedersi delle stagioni e dal corrispondente lavoro nei campi. Alcuni hanno definito il romanzo un idillio, altri un’utopia conservativa. Proprio nei toni pacati e nello stile semplice e lineare, tipico di molti autori scandinavi, che conferiscono al romanzo un senso di serenità ed eternità, traspare la sfiducia nella modernità, la paura che il progresso allontani l’uomo dalla sua dimensione più autentica, quella naturale.

Knut Hamsun, Fame (1890), Adelphi, Milano 2002

Il grande choc che la letteratura nordica procurò all’Europa di fine Ottocento è legato a due romanzi: Inferno di Strindberg e Fame di Knut Hamsun, pubblicato nel 1890. Ed è uno choc la cui violenza il lettore sentirà ancora oggi.

Un giovane scrittore, nei cui tratti e nelle cui esperienze si riconosce facilmente lo stesso Hamsun, passa un periodo di solitari deliri e tortuose riflessioni nella città di Christiania, tentando di sopravvivere con sporadiche collaborazioni giornalistiche, in attesa di manifestare il suo genio letterario. Vari personaggi lo sfiorano e scompaiono, ma unica vera e costante compagna, inesorabile antagonista, è la fame, presenza ossessiva che riesce a trasformare le apparenze del mondo come una potentissima droga, producendo una continua oscillazione fra atroci depressioni e morbose euforie. Visionario della fame, il giovane scrittore scopre il carattere fantomatico e oppressivo della vita urbana, si inoltra negli infiniti sottosuoli della mente, lascia infine che esploda la sua rabbia fisiologica contro una società che sembra affinare sempre più, col tempo, le sue torture. E la sua narrazione brucia il naturalismo esasperandolo – mentre nel più immediato quotidiano vediamo affiorare un nuovo spessore di spettralità e violenza.

Sigrid Unset, Kristin Lavransdatter, Utopia, Milano 2023 (3 volumi)

Kristin è la figlia di Lavrans, fattore stimato ed estremamente religioso, cui la protagonista è molto legata. È una bambina vivace, rispettosa della religione ma nel contempo animata da una forte volontà, insolita nella Norvegia medievale per una donna. La sua tenacia, tuttavia, non è sufficiente quando la famiglia ne combina il matrimonio con un uomo che Kristin non ama. La decisione dei genitori è irrevocabile ma, dopo un tentativo di violenza da parte di un giovane del posto che macchia la reputazione di Kristin e malgrado la ragazza ne sia ovviamente la vittima, il matrimonio è posticipato. La protagonista ottiene il permesso di trascorrere un periodo in convento dove si imbatte in Erlend, rampollo di un’importante famiglia, già scomunicato per aver avuto due figli da una donna sposata. Kristin ed Erlend intraprendono una relazione clandestina che la famiglia non può accettare, per paura di uno scandalo. Tra eventi inattesi e presagi malinconici, la serenità sembra rimanere per la donna un desiderio irrealizzabile.

La norvegese Sigrid Unset (1882-1949), premio Nobel per la Letteratura nel 1928, è una tra le prime intellettuali a riconoscere e denunciare il pericolo dell’ideologia hitleriana; durante la guerra partecipa alla resistenza antinazista e conosce l’esilio.

Morten A. Strøksnes, Il libro del mare, Iperborea, Milano 2017

Il libro del mare è la storia autobiografica di Morten Strøksnes e di un eccentrico artista-pescatore; con un piccolo gommone e quattrocento metri di lenza i due amici partono alla caccia dello squalo della Groenlandia, temuto predatore dei fiordi. Un’avventura sulla scia di Melville e Jules Verne che diventa un caleidoscopico compendio di scienze, storia e poesia dell’universo marino: dalle antiche leggende dei marinai alla vita naturale degli abissi, dalla biologia alla geologia e alle grandi esplorazioni oceaniche, dal Leviatano e i mostri acquatici ritratti da Olao Magno nel ’500 alle specie incredibilmente reali di meduse a trecento stomaci, draghi di mare e calamari «lampeggianti». Un viaggio attraverso il Paleocene e gli odierni allarmi ecologici, che spazia dal Libro di Giona al “Maelström” di Edgar Allan Poe, raccontandoci un mondo che ci rimane in gran parte oscuro e che con i suoi misteri custodisce l’origine della vita. Ma “Il libro del mare” è anche una riflessione sulla storia naturale dell’uomo, che è arrivato a mappare l’intero globo e a navigare tra le stelle, eppure sembra conservare un’ossessione per il mito del mostro, forse per un atavico istinto predatorio, o per la paura dell’ignoto che ancora oggi il mare ci risveglia.

Fiabe norvegesi, a cura di Bruno Berni, Iperborea, Milano 2019

Spazi deserti, montagne sopra e sotto il suolo terrestre, foreste di betulle e boschi di rame, d’argento o d’oro, un mare che dalla Scandinavia può portare fino all’Arabia, perfino l’inferno con i suoi diavoli: questi i paesaggi delle Fiabe norvegesi, «le migliori che esistono», come disse Jacob Grimm. Protagonista assoluto è il riscatto dei fratelli più piccoli e di chi è da tutti considerato inferiore: che siano figli di mendicanti o di re, sono sempre loro, in barba ai più esperti, a superare prove e avversità per raddrizzare lo storto e avere la meglio, finendo sposati con la ragazza più bella. Contro giganti cattivi, troll policefali, draghi delle voragini, e contro le aspettative e lo scherno dei più grandi, il Ceneraccio della tradizione fiabesca del Nord, nelle sue molte varianti, si guadagna col suo buon cuore l’aiuto di lupi, cavalli, aquile e salmoni parlanti, e grazie all’audacia, all’ingegno e alla curiosità si impossessa di spade invincibili, rose selvatiche che diventano boschi, gocce d’acqua che si allargano in laghi. Attinte al patrimonio folklorico norvegese trascritto e raccolto per la prima volta da Asbjørnsen e Moe nell’Ottocento dopo essere stato tramandato di bocca in bocca per tempi immemorabili, queste fiabe intessono trame e atmosfere a noi nuove con personaggi e motivi che ci sono familiari, come la scarpetta di Cenerentola o gli stivali delle sette leghe, incantandoci con la loro ricchezza narrativa e avvicinandoci con il loro stile scarno alla freschezza della lingua del popolo. «Fiabe norvegesi» è il sesto volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni per Iperborea. Una selezione che attinge alle prime versioni scritte di questi racconti popolari, per offrire un ritratto il più possibile incontaminato dell’immaginario nordico e riscoprire la ricchezza della sua tradizione orale.

Annalisa Comes. Ouessant. L’isola delle donne, Iacobelli editore, Guidonia (Roma) 2023

Ouessant è un’isola protesa verso l’oceano, l’ultimo pezzetto di terra francese a 13 miglia dalla costa della Bretagna. Vibrante nel suo solo apparente isolamento, Ouessant è “isola delle donne”, ci racconta Annalisa Comes in un testo originalissimo che ha la precisione di un diario e la poesia di un suggestivo memoir. Ci vivono stabilmente solo 800 persone, eredi di una storia antica piena di miti e leggende. «Fin dal 1600, con lo sviluppo della marina reale, gli uomini di Ouessant si arruolavano ed erano assenti a lungo, a volte per anni, e molto spesso accadeva che non tornassero più. È così che sull’isola si sviluppa una forte società matriarcale che dura fino alla metà dell’Ottocento: sono le giovani donne a chiedere la mano dell’uomo e ancora loro a dare il cognome ai figli». Di qui uno dei nomi di Ouessant: L’isola delle donne. «Ovunque Ouessant parla al femminile dalla notte dei tempi…» e donne sono coloro che se ne prendono cura e promuovono innumerevoli iniziative culturali. Ma per chi ci arriva, quest’isola è una “provincia dell’anima”, dove si può tentare di appropriarsi del passato – anche del proprio, vissuto altrove – senza farne una zavorra.

Jean-Luc Bannalec, Segreto bretone: omicidio nella foresta di Brocéliande: un caso per il commissario Dupin, Neri Pozza, Vicenza 2024

Brocéliande! Quanta storia, in un solo nome. L’ultimo regno delle fate, il cuore favoloso della Bretagna, la foresta in cui sono nati alcuni fra i miti più duraturi nella storia dell’umanità, la cui origine si perde nelle nebbie del tempo. È qui che sono ambientate le più belle vicende di re Artù, qui che l’ardito Lancillotto rompe l’incantesimo della maga Viviana, ed è sempre qui che il commissario Dupin – unendo l’utile al dilettevole – si reca in visita insieme agli ispettori Riwal e Kadeg e alla preziosa assistente Nolwenn. Era da tempo che i quattro progettavano una gita insieme, ma Dupin ha colto l’occasione anche per un incarico non ufficiale: raccogliere informazioni su un caso irrisolto per conto della polizia di Parigi. Peccato che l’uomo che Dupin dovrebbe interrogare, Fabien Cadiou, uno dei massimi esperti della leggenda arturiana, viene ritrovato morto in casa sua per un colpo d’arma da fuoco. Ben presto la conta dei cadaveri aumenta e, nonostante le sue resistenze, il caso viene definitivamente affidato a Dupin. Così, il gruppo investigativo improvvisato – al punto che il commissario è costretto a prendere appunti sul libretto della sua Citroën – si mette all’opera, per scoprire che le vittime avrebbero tutte dovuto partecipare a un convegno presso il Centre de l’Imaginaire Arthurien. E che ognuno degli studiosi del Centro ha un proprio tornaconto, non sempre rispettoso della magia del luogo. Il fascino e l’incanto della foresta si tingono così di una luce oscura, maligna. Ostile.

Mari Anna Shaffer, Annie Barrows, Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Astoria, Milano 2017 (romanzo epistolare)

Gennaio 1946. Il mondo sta uscendo a fatica dall’incubo della Seconda guerra mondiale, e a Londra la scrittrice Juliet Ashton cerca invano l’ispirazione per il suo nuovo romanzo, dopo il successo del primo libro. All’improvviso, Juliet riceve la lettera di un abitante dell’isola di Guernsey, nella Manica, che ha trovato il suo indirizzo su un vecchio libro usato. Fra i due inizia una fitta corrispondenza, e Juliet scopre che sull’isola, occupata per cinque anni dai tedeschi era nato un circolo di lettura (tre isolani sorpresi dal coprifuoco avevano dichiarato di aver perso la nozione del tempo a parlare di libri). La Società era diventata ben presto la ragione della loro vita, l’unico modo per sfuggire, attraverso il piacere che solo i grandi libri sanno offrire, agli orrori della guerra. A poco a poco Juliet verrà assorbita dalle storie degli abitanti di Guernsey, dalle loro vite straordinarie, dai drammi che hanno vissuto. Deciderà di raggiungerli, e a Guernsey troverà non solo l’ispirazione per il suo lavoro, ma qualcosa che cambierà per sempre il corso della sua vita. Un omaggio al potere dei libri e un inno al piacere della lettura, ma anche una storia di amicizia, di coraggio e d’amore.

Elizabeth George, Agguato sull’isola, Longanesi, Milano 2003

L’isola di Guernsey, nel canale della Manica, è un luogo perfetto per nascondersi. Guy e Ruth Brouard vi hanno trovato rifugio al termine della Seconda guerra mondiale dopo un’avventurosa fuga dalla Francia. Un luogo paradisiaco dove i due possono coltivare la passione per l’arte al riparo dal resto del mondo. Quando China e Cherokee River, fratello e sorella, giungono sull’isola per portare ai Brouard i progetti di ristrutturazione di una nuova ala del loro maniero, saranno accolti da una strana, misteriosa atmosfera, fatta di personaggi ambigui, molti segreti e un delitto.

Victor Hugo, I lavoratori del mare (1866), Mursia, Milano 2016

La storia è ambientata a Guernsey, subito dopo le Guerre Napoleoniche; il protagonista è Gilliat, giovane di bassa condizione sociale innamorato di Deruchette, nipote dell’armatore Lethierry. Quando la nave di Lethierry fa naufragio sulle Roches Douvres, una scogliera particolarmente pericolosa, Deruchette promette di sposare l’uomo capace di portare in salvo il motore a vapore della nave. Gilliat si offre, e il romanzo passa a narrare le avventure che ne seguono, tra cui la lotta con una piovra.

venerdì 19 settembre 2025

ore 20.30 | Rovereto, Teatro Zandonai

Invito al Palazzo d’Inverno. Una serata con l’opera italiana alla Corte di Caterina II

In programma musiche di W.A. Mozart, G. Paisiello, D. Cimarosa, G. Sarti

Leopold von Sacher-Masoch, Diderot a Pietroburgo, Sellerio, Palermo 1998

Diderot a Pietroburgo fa parte della raccolta Storie della corte russa (1873-74). L’autore della celebre Venere in pelliccia in questo racconto prende spunto da un avvenimento effettivamente accaduto, la visita di Diderot alla corte di Caterina II negli anni 1783-1784, ma senza restituirne la verità storica. Tra colpi di scena e amabili sorprese, si snoda una vicenda fatta di intrighi amorosi e dotte controversie. Divertente e arguto, è una distruzione satirica della consapevolezza illuministica di Diderot.

Eva Stachniak, Il Palazzo d’Inverno, Neri Pozza, Vicenza 2012

Varvara Nikolaevna ha sedici anni quando diventa una “protetta della Corona”, una di quelle ragazze, orfane o abbandonate, al servizio dell’imperatrice Elisabetta Petrovna, la figlia minore di Pietro il Grande, salita al trono di Russia nel 1741. Orfana di un legatore polacco, svelta e già priva di tutte le illusioni proprie dell’adolescenza, abbastanza carina da doversi difendere da mille attenzioni nei corridoi del Palazzo d’Inverno, Varvara Nikolaevna rimarrebbe una delle innumerevoli e anonime ragazze del guardaroba imperiale, se non si imbattesse un giorno nel conte Bestuzev. Cancelliere di Russia, il conte cerca di non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che accade nella residenza imperiale e nella giovane Nikolaevna scorge una possibile portatrice della «verità dei sussurri », la servetta capace di aprire cassetti nascosti nei secrétaire, di staccare e ripristinare abilmente la ceralacca dalle lettere, di riconoscere all’istante libri cavi, bauli con doppi fondi, meandri di corridoi segreti.

Tra amori clandestini, attentati sanguinari e splendide ricostruzioni storiche, Il Palazzo d’Inverno narra dell’ascesa al potere di una delle imperatrici più moderne e amate di Russia: Caterina la Grande.

Susan Hastings, L’imperatrice illuminata, PiEmme, Segrate (Milano) 2021

Il viaggio della giovane principessa, appena adolescente, verso una terra fredda e sconosciuta, la cui immensità spaventa ed emoziona al tempo stesso. Molte cose si sono dette di Caterina II di Russia, che regnò per più di trent’anni in pieno Settecento sul trono píù sanguinario, più glorioso, più leggendario d’Europa. La sua storia comincia in un principato periferico e oscuro dell’impero prussiano: il suo nome è Sofia, figlia di un generale e nobile di basso lignaggio. Quando la zarina Elisabetta I cerca una degna sposa per Pietro III, nipote di Pietro il Grande e quindi erede al trono, sceglie la Prussia come territorio d’elezione, per antica amicizia e per legare l’impero di Russia all’altro grande trono europeo. E la scelta cade sulla brillante, vivace e intelligente Sofia, che presto cambia il suo nome in Caterina. Ma la vita accanto a una persona piuttosto rude come Pietro non sarà così felice, e la giovane donna troverà conforto tra le braccia di uomini affascinanti che frequentano la corte e che avranno un ruolo importante non solo nella vita sentimentale di Caterina, ma anche nella sua formazione politica.

Isabel de Madariaga, Caterina La Grande e la Russia del suo tempo, Einaudi, Milano 2021

Con questo libro, frutto di dodici anni di ricerche sulle antiche fonti russe e i materiali della storiografia sovietica, Isabel de Madariaga ci restituisce un affresco limpido e sostanziale della personalità della sovrana, della sua politica e della natura della Russia che lei governò. Il lungo regno di Caterina II, durato l’intero arco del secondo Settecento, ebbe momenti di grandiosa spettacolarità. La sua iniziativa politica nel contesto europeo portò gli eserciti russi dal fronte turco a quello polacco, e mosse frotte di cortigiani, fiduciari e avventurieri sulle molte strade che collegarono Mosca con i gabinetti di Vienna e di Berlino, di Londra e di Stoccolma. I guadagni territoriali che ne risultarono e una ricchezza senza precedenti conferirono alla Russia una inusitata credibilità internazionale e a Caterina l’appellativo di «Grande». E tuttavia, nel fitto intreccio fra la biografia della sovrana e la storia della Russia nel secolo dei Lumi, quello non fu che un frammento. Su uno scenario ben piú intricato, sul quale gravano intemperanze nobiliari e rivolte contadine, nonché le controverse ragioni di funzionari e di uomini d’affari, di massoni e di predicatori, Caterina riuscí infatti a impregnare della sua vigorosa personalità una politica di riforme che trasformò radicalmente la vita della Russia e attrasse l’attenzione di tutta l’Europa illuminata.

Carolly Erickson, La grande Caterina: una straniera sul trono degli zar, Mondadori, Milano 1995

Salita al trono dopo l’assassinio, a lei attribuito, del marito Pietro III, la zarina Caterina (1729-96) cambiò il volto dell’impero russo introducendo riforme moderne e conquistando nuovi territori. Il ritratto veritiero di una donna intelligente e caparbia, nell’affascinante biografia di una nota storica.

Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo, Iperborea, Milano 2017

«Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre.» È il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo, l’allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell’arte e dello spirito. In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea. Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l’elegante fierezza di questa città, per proseguire con l’avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol’, Solženicyn; i radicali Stravinskij e Malevič e i tormentati Čajkovskij e Šostakovič; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l’inquieto Esenin, il «Rimbaud russo» che conquistò Isadora Duncan; il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppur ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l’eterno favore di Stalin. In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l’arte e il potere, dove Mandel’štam ebbe a dire: «Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome.»

Solomon Volkov, San Pietroburgo. Da Pùskin a Bródskij, storia di una capitale culturale, Mondadori, Milano 1998

San Pietroburgo fu fondata nel 1703 dallo zar Pietro il Grande su un territorio di paludi infestate dalla malaria, alla foce della Neva. E’ sopravvissuta agli estremi tentativi dell’uomo e della natura di distruggerla: carestie, inondazioni, epidemie, guerra civile, purghe staliniane, novecento giorni di assedio nazista. Simbolo dei conflitti apocalittici della Russia imperiale, con la caduta degli zar divenne centro di sperimentazione d’avanguardia e ardita sfida allo statalismo. Stravinskij e Prokof’ev, Nabokov e Brodskij, Chagall e Mejerchol’d sono solo alcuni dei grandi protagonisti di una delle più belle città del mondo.

sabato 20 settembre 2025

ore 11.00 | Ala, Cortile di Palazzo Taddei

Peer Gynt

In programma: E. Grieg, Suites n. 1 e n. 2 da Peer Gynt

Henrik Ibsen, Vita dalle lettere, Iperborea, Milano 1998

«Sono uno che scrive lettere povere», confessa Ibsen a Bjørnson il 16 settembre 1864, e più volte insiste su questa sua inadeguatezza con diversi interlocutori per giustificare la sua laconicità, i suoi ritardi, la sua apparente freddezza, i suoi imperdonabili silenzi. Troppo drammaturgo per liberarsi dall’abitudine di «sopprimere la propria personalità», troppo riservato per vincere la sua incapacità «a entrare in relazione stretta e intima con la gente», Ibsen non si sente a suo agio nel rapporto epistolare. Ma forse proprio per questo, proprio perché sfugge al controllo e alla consapevole rielaborazione dell’artista, la sua corrispondenza finisce per mettere più apertamente a nudo l’uomo, rivelandone la profondità dell’impegno morale, la lucidità nella critica alle ipocrisie e ai meccanismi oppressivi della società, la modernità delle concezioni estetiche destinate a lasciare la loro impronta innovativa su tutto il teatro europeo, ma anche le debolezze, gli egoismi, la falsità e meschinità che spesso si nascondono sotto i giudizi taglienti e gli sfoghi polemici. Più, e forse meglio, di quell’autobiografia iniziata e mai portata a termine, le lettere ci rendono perfettamente partecipi dei grandi dibattiti del tempo, ci illuminano sulla genesi dei suoi personaggi e dei suoi drammi, offrendoci al tempo stesso inconsapevoli scorci su quel «campo di battaglia» che è per Ibsen il suo animo, dove convivono, dice, Brand e Peer Gynt. Dal sofferto debutto ai lunghi anni dell’autoesilio, fino alle intense passioni senili per delicate fanciulle che gli danno la breve illusione di afferrare un po’ di quella vita che si è lasciato irrimediabilmente sfuggire, emerge nell’epistolario l’irrisolta contradditorietà di chi, come scrive in una dedica, sa che «Vivere è guerra con i troll dentro il cuore e il cervello».

Henrik Ibsen, La donna del mare, Rusconi, Milano 2024

Innamorata del mare che sempre le è apparso, con la mutevole suggestione dell’infinito che le ispira, l’equivalente delle possibilità esistenziali che la vita può offrire, e intrappolata tra i cupi fiordi norvegesi e una famiglia di cui solo formalmente si sente una componente, Ellida ha già da tempo rinunciato ai propri sogni di indipendenza accondiscendendo a sposare il rassicurante e fin troppo protettivo medico Wangel, che le ha portato in dote due figlie che la ignorano, l’eredità di prendere il posto della moglie defunta, amatissima, e la placida sicurezza di una vita colma di agi e priva di entusiasmo. L’inatteso sconvolge la monotonia dei sui giorni estivi con l’improvviso ritorno di Friman, timoniere finlandese tanto rimpianto ed idealizzato. L’ipotesi di un nuovo inizio sarà però, davanti agli occhi della giovane, sapientemente strumentalizzato da quel marito prima tanto quieto e accondiscendente: Ellida si troverà a sondare se stessa e la propria volontà di essere in eterno una bambina o provare, con tutto l’imprevedibile che ne consegue, a trasformarsi in una donna.

sabato 20 settembre 2025

Ore 15.30 | Rovereto, Chiostro dell’Arcivescovile

Ricordando Wolfgang

In programma musiche di S. Kleiberg, W.A. Mozart

Massimo Mila, I quartetti di Mozart, Einaudi, Torino 2009

Si pubblicano qui le pagine della rapida dispensa che riassume il primo corso di Massimo Mila all’Università di Torino, un corso monografico, mozartiano, ispirato a un didascalismo rigoroso ma nel contempo quasi gioviale. Il primo tratto caratteristico della comunicazione didattica è la programmatica decisione di parlare solo di musica, o, meglio, far parlare solo la musica, nello specifico la musica dei quartetti del Salisburghese, tutti trattati alla pari, equilibratamente. Il secondo tratto caratteristico è il panorama additivo che si costituisce in quella che diviene una completa descrizione della evoluzione della forma Quartetto attraverso l’evoluzione della stessa forma nel dispiegamento del corpus quartettistico del solo Mozart: un Mozart che fonda, sviluppa, trasforma, forse esaurisce tutte le sue potenzialità di “genere musicale” nel farsi della esperienza artistica di un unico autore (dall’adolescenza alla sofferta maturità). Mette conto di osservare che a ciò si aggiunge la messa a punto talora sorprendente di alcune diagnosi di profeticità, di ordine stilistico musicale, ricercate con puntigliosa serenità. Introduzione di Giovanni Morelli.

Bernhard Paumgartner, Mozart, Einaudi, Torino 2006

In questa biografia critica Bernhard Paumgartner ricrea la figura, l’evoluzione e l’opera di Mozart. Sulla scorta di documenti, annotazioni, articoli di giornali d’epoca e di un accurato scandaglio dell’epistolario mozartiano, ricostruisce la personalità del musicista, collocandolo nel suo contesto familiare e nel clima culturale del tempo. Il bimbo prodigio e il padre Leopold, la madre e la sorella-amica Nannerl, la moglie Costanza, i viaggi, i rapporti del musicista con le corti e con i compositori coevi, vengono colti in un costante intreccio fra dato biografico e analisi estetico-musicale delle principali opere, dai quartetti d’archi alle Messe, dalle sinfonie ai concerti per pianoforte, dalle Opere al Requiem, dalla musica strumentale e da camera alla liederistica.

Eva Baronsky, Il signor Mozart si è svegliato, Elliot, Roma 2010

Vienna 5 dicembre 1791. Mozart si trova sul letto di morte. Gli è accanto la moglie Constanze, mentre il medico di famiglia gli pratica l’ennesimo, inutile salasso. Mozart tenta di ribellarsi ma è ormai allo stremo delle forze e perde i sensi. Vienna 6 dicembre 2006. Un uomo si sveglia in una camera che non riconosce. I vestiti che indossa non sono i suoi e tutto gli appare diverso, strano, bizzarro. L’ultimo ricordo risale alla sera prima, quando sembrava essere giunta la sua ora. Invece adesso si sente bene, come non gli accadeva da tempo. Che cosa è successo? E che significa quel luogo arredato in modo incomprensibile, dove le luci non sono originate dalle candele, la musica non proviene da nessuno strumento e il calore si diffonde senza che vi sia alcun fuoco? È forse l’anticamera del Paradiso o è piuttosto quella dell’Inferno? L’unica spiegazione che riesce a darsi è che ciò sia accaduto per una ragione sovrannaturale e divina: perché possa finalmente portare a compimento la sua ultima opera, il Requiem. Ma le stranezze non finiscono lì. Presto si rende conto di trovarsi in una città e in un tempo a lui totalmente sconosciuti. Egli sa di essere Wolfgang Amadé Mozart in persona, ma realizza immediatamente che quella che per lui è la verità agli altri appare come il vaneggiamento di un folle. Solo, senza soldi né documenti, inizia a vagare nella Vienna contemporanea, cercando di nascondere come meglio può la sua identità ma non il suo straordinario talento musicale…

sabato 20 settembre 2025

Ore 17.30 | Rovereto, Archivio Storico della Biblioteca

Brughiere

In programma: L. van Beethoven, Lieder Scozzesi, Gallesi e Irlandesi

Claudio Visentin, Luci sul mare. Viaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland, Ediciclo, Portogruaro 2022

«Noi siamo il faro, ma siamo anche il mare intorno». La luce intermittente del faro guida i marinai attraverso i pericoli. Nell’eterna lotta tra l’uomo e il mare alcune delle pagine più drammatiche sono state scritte lungo le coste frastagliate della Scozia. La sfida di costruire dei fari su queste rive, battute da onde gigantesche, è stata raccolta da una famiglia di ingegneri, gli Stevenson: per un secolo e mezzo, di padre in figlio, si sono tramandati questa attività, con la sola eccezione dello scrittore Robert Louis Stevenson, l’autore de L’isola del tesoro. Il tempo dei fari sta per finire. Grazie alla tecnologia, le navi riescono a stabilire con precisione la propria posizione in ogni momento. I fari rimasti in attività sono stati automatizzati e sono gestiti a distanza, ma hanno ancora tanto da raccontare: tempeste e naufragi, relitti e tesori, la vita faticosa e solitaria dei loro guardiani in luoghi estremi. Sono le storie raccolte in questo viaggio.

Heinrich Boll, Diario d’Irlanda, Mondadori, Milano 1961

Pubblicato nel 1957 e definito dalla critica del tempo “un’utopia”, questo libro può essere letto oggi come una fiaba dal gusto arcaico. In una serie di brevi flash l’autore presenta, con estremo realismo, la verde Irlanda come un paese nel quale il dolce si mescola all’amaro, la preghiera alla maledizione; un luogo in cui la poesia si incontra anche all’angolo della strada. Incantevole “pastorale”, che sa di vacanza, di respiro ossigenante, di sogno o di favola, Diario d’Irlanda è una testimonianza umana piena di poesia.

Emma Donoghue, Il prodigio, Neri Pozza, Vicenza 2016

Irlanda, seconda metà dell’Ottocento. L’infermiera Lib Wright, una veterana della guerra in Crimea formatasi all’illustre scuola di Florence Nightingale, è appena giunta nelle Irish Midlands dall’Inghilterra. A convocarla è stato un comitato capeggiato dal dottor McBrearty, il medico della Contea. Il caso sottopostole è quanto mai insolito: Anna O’Donnell, una bambina in perfetta salute, afferma di non toccare cibo dal giorno del suo undicesimo compleanno, quattro mesi prima. Un vero e proprio «prodigio vivente», che non manca di attirare stuoli di fedeli da tutto il mondo, impazienti di vedere con i propri occhi la bambina che sostiene di nutrirsi soltanto di manna dal cielo.

Sebastian Barry, Il segreto, Bompiani, Milano 2010

Roseanne McNulty è una centenaria reclusa in manicomio. Il Dr. Grene è il suo psichiatra. Entrambi stanno scrivendo: lei, clandestinamente, sta completando la sua autobiografia; lui scrive il suo diario. Roseanne racconta della sua famiglia e della sua stessa vita in rovina per aver cercato di aiutare un ribelle, durante la guerra civile irlandese. Sposata, è stata ripudiata dal marito e si è ritrovata sola e povera per lungo tempo, costretta a vivere in una capanna. Dopo anni di isolamento, ha passato una notte con suo cognato, Eneas, e rimasta incinta, co è stata reclusa in manicomio. Il dr. Grene nei suoi diari racconta invece le ricerche che sta facendo sulla sua paziente Roseanne, la cui vita, nei documenti ufficiali, è molto diversa dalla verità che lei racconta. Il dottore non è per niente convinto della versione ufficiale e tende a credere alla sua paziente. Poco a poco, emerge la menzogna più grande: il neonato per cui è stata accusata di infanticidio non è morto, ma è stato affidato a un orfanotrofio. Quel bambino portava il nome del dottore.

Catherine Dunne, Una vita diversa, Guanda, Milano 2002

Irlanda, fine Ottocento. Violenti scontri scuotono il Paese e annunciano la lotta per l’indipendenza dal Regno Unito. E Belfast, punto nevralgico dell’isola, è il luogo in cui la tensione politica è più forte. Ma in quello scorcio di secolo, sullo sfondo delle vicende nazionali, si desta anche nelle donne la consapevolezza di nuove possibilità, l’insoddisfazione per destini che si consumano interamente entro l’ambito famigliare. Sarà questa inquietudine a segnare le cinque ragazze protagoniste del romanzo: da un lato Hannah, May e Eleanor, tre sorelle di una famiglia agiata, soggetta a un improvviso rovescio di fortuna ma impegnata a mantenere il decoro nel rispetto delle convenzioni borghesi; dall’altro Mary e Cecilia, avviate fin da piccole al duro lavoro nelle filande e costrette a badare a se stesse. Attraverso una sapiente esplorazione dei loro punti di vista di bambine, adolescenti e donne, Catherine Dunne segue le sue eroine lungo trent’anni cruciali della loro vita e della storia irlandese. In comune hanno tutte l’intima aspirazione a un’esistenza più ricca e piena, l’insopprimibile desiderio di una vita diversa.

Anne Griffin, Isola della nostalgia, Atlantide, Roma 2023

Sono trascorsi otto anni da quando Rosie ha visto Saoirse, la propria figlia adolescente, pronta a inforcare la bici per andare in città, a Dublino. Un pomeriggio come tanti, ma Saoirse non è più tornata a casa. Rosie non riesce a rassegnarsi alla scomparsa della ragazza e continua a cercarla, mentre la sua esistenza e il suo matrimonio cadono progressivamente a pezzi. Almeno fino a quando, seppure controvoglia, accetta di tornare per un periodo nella piccola isola nel sud dell’Irlanda dove vive suo padre per aiutarlo a gestire il lavoro su Aoibhneas, il traghetto che da sempre l’uomo conduce da Roaring Bay Island alle coste irlandesi e su cui Rosie ha vissuto un’adolescenza appassionata, diventandone capitano nonostante l’ostilità dei rivali maschi. Sarà qui infatti, sulla costa che l’ha vista nascere e crescere, e dove più intenso che mai è stato il rapporto con la figlia, che Rosie sarà costretta a riprendere in mano la propria vita per salvare il padre dal fallimento e scongiurare la vendita dell’amata barca. E sarà sempre qui che il mistero sulla scomparsa di Saoirse, che non smette di aleggiare poeticamente, disperatamente, sulle pagine di questo libro e sulle storie dei suoi protagonisti, verrà infine sciolto.

Fabrizio Pasanisi, L’isola che scompare. Viaggio nell’Irlanda di Joyce e Yeats, Nutrimenti, Roma 2014

Un itinerario geografico e letterario, una vera guida, in una delle terre più affascinanti d’Europa: l’Irlanda. Luoghi, parole, emozioni, sulle tracce dei grandi scrittori e fino ai nostri giorni, in un percorso che, partendo dal Sud, da Cork, risale fino a Galway e Sligo, toccando le Cliffs of Moher, le isole Aran, il Connemara, per concludersi infine a Dublino, l’anima del paese. «Ciò che credo vi avvenne fu visione», dice un verso di Séamus Heaney, il poeta irlandese premio Nobel 1995. Perché l’Irlanda è terra di visioni, di sogni, di racconti, è luogo tranquillo e delicato, segnato da una storia difficile, fatta di sfruttamento e povertà, che sfocia in un’indipendenza ancora relativamente recente. Ed è anche il luogo dove, in pochi anni, fiorisce una rivoluzione culturale che ha pochi equivalenti nella storia, il Rinascimento celtico. L’arte del Novecento, in particolare la letteratura e il teatro, deve moltissimo a questa nazione, a Joyce, a Beckeft, ai versi sublimi di Yeats e al ruolo che quest’ultimo ebbe nella rinascita, nel travolgente slancio culturale. Il paese natale di Swift, di Wilde, di Stoker si è dimostrato una fucina di pensiero e di novità, ma anche l’esempio di chi ha saputo scavare nel solco di una tradizione, di un antico retaggio. L’isola che scompare racconta tutto questo, guidando il lettore – e il viaggiatore alla scoperta degli angoli meno conosciuti, ma anche delle storie, dei miti, delle leggende che popolano la verde Irlanda.

Spiriti, santi ed eroi. Storie popolari irlandesi, Feltrinelli, Milano 2022

«Non credere all’esistenza degli spiriti è la cosa più sciocca che un uomo, una donna o un bambino possano mai fare.» Figlie di una terra in cui l’esistenza del “piccolo popolo” è una convinzione ampiamente condivisa, le fiabe irlandesi rappresentano una letteratura tradizionale fra le più ricche al mondo. Quando i fratelli Grimm e altri studiosi di folklore dedicarono la propria attenzione alla narrativa popolare fin lì tramandata in forma orale, alcuni tra i migliori autori irlandesi seguirono il loro esempio, raccogliendo e mettendo in forma scritta le storie della propria terra d’origine. In questo volume, che comprende testi di Douglas Hyde, Thomas Crofton Croker e Lady Wilde tra gli altri, una schiera di personaggi fatati – giganti, gnomi, streghe e leprecauni – aiuta, ostacola, incanta e terrorizza i propri vicini mortali. Si va dalla storia del contadino che oltraggiò le fate erigendo un edificio sul terreno consacrato alle loro danze alla fiaba del re dalle orecchie di cavallo, dall’avventura del gigante codardo salvato da una moglie piena d’inventiva agli utili rimedi da adottare per esser certi che il proprio bambino non sia stato scambiato nella culla con uno spiritello maligno. Ma alle creature fatate si affiancano in questa raccolta anche i santi e gli eroi e perciò non mancano le riscritture delle antiche storie dedicate a Finn, Oisin, san Patrizio e san Kevin. Ancora imbevuti del potere di incantare il lettore moderno, questi antichi racconti offrono una porta che permette di affacciarsi su un mondo allo stesso tempo familiare e ricco di mistero e magia.

Robert Louis Stevenson, Una vecchia canzone, Ed. Clichy, Firenze 2014

Una vecchia canzone è un romanzo inedito in Italia di Robert Louis Stevenson. Solo nel 1982 è stato riscoperto come opera dell’autore de L’isola del tesoro: uscito, infatti, senza firma sulla rivista “London” nel 1877, è stato attribuito a Stevenson grazie alla riscoperta di una pagina manoscritta conservata presso l’università di Yale. È quindi il primo romanzo da lui pubblicato. Vi occhieggiano, accennati ma presenti, alcuni temi che poi troveranno una definitiva maturità nelle opere successive. Il complicato e pericoloso argomento dell’eredità da assegnare o da dividere, l’ambigua natura umana sempre in bilico tra bontà e perfidia, le disastrose conseguenze di chi, nel proprio comportamento, scambia la testardaggine per forza di carattere, il cinismo delle convenzioni sociali e l’ossessionante conflitto tra ricchezza e miseria. Una vecchia canzone ha il sapore di una parabola amara sull’incomprensione e sugli equivoci che spesso lacerano l’esistenza.

sabato 20 settembre 2025

Ore 20.30 | Rovereto, Teatro Zandonai

Šostakovič nel pallone

Musiche di Dmitrij Šostakovič

Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi, Torino 2017

La mattina del 29 gennaio 1936 la terza pagina della «Pravda» commentava la recente esecuzione al Bol’soj della «Lady Macbeth del distretto di Mcensk» di Dmitrij Sostakovic titolando «Caos anziche musica» e accusando l’opera di accarezzare «il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica». Non si trattava solo della recensione negativa capace di rovinare la giornata di un artista. Neppure della stroncatura in grado di distruggergli la carriera. Nell’Età del terrore del compagno Stalin un editoriale del genere, e il conseguente stigma di nemico del popolo,

Sarah Quigley, Sinfonia Leningrado, Neri Pozza, Vicenza 2012

È l’inverno del 1941 a Leningrado. La città è stretta nella morsa dell’esercito tedesco e sembra frantumarsi sotto le granate nemiche. I corpi dei caduti vengono ammassati ai lati della Prospettiva Nevskij. Ovunque, suoni terribili: lo stridore delle slitte cariche di cadaveri, le terrificanti esplosioni dei candelotti di dinamite impiegati per scavare enormi fosse comuni, l’ululato dei cani e dei gatti randagi uccisi per sfamarsi.

Paolo Nori, Vi avverto che vivo per l’ultima volta, Mondadori, 2023

Paolo Nori presenta la vita incredibile di Anna Achmatova, donna forte, ostinata, nata nei pressi di Odessa nel 1889 e morta a Mosca nel 1966. Osteggiata nella sua vocazione poetica dalla famiglia e poi dal regime, durante la Seconda guerra mondiale diventa la voce più popolare della Russia sotto l’assedio nazista, poi viene rimessa al bando, privata di mezzi, sorvegliata; ma non smette mai di scrivere, anche quando le sue opere possono solo passare di bocca in bocca. Riuscendo alla fine a diventare la più grande voce poetica della Russia del suo tempo.

domenica 21 settembre 2025

ore 11.00 | Rovereto, Aula Magna Università – Palazzo Piomarta

Giuditta. Oratorio in forma di concerto

In programma: Alessandro Scarlatti, Giuditta

Anna Maria Ortese, Mistero doloroso, Adelphi, Milano 2010

Basta leggere le prime righe di questo racconto – dove si staglia la Napoli di fine Settecento, «raccolta entro un silenzio incantato» e simile a uno «squisito villaggio» – per respirare l’aria lieve ed esaltante del “Cardillo”. E l’impressione di una stretta affinità fra i due testi diventa certezza non appena facciamo conoscenza con la tredicenne Florida, che nel «diamante doloroso» del volto, di lunare bianchezza, reca le stimmate degli esseri appartenenti a un mondo celeste e inviolabile, che forse vivono qui sulla terra solo «per scommessa o per scherzo». Per di più Florida, così preziosa da sembrare irreale o sovrumana, è il frutto della triste unione dello scultore belga De Gourriex con la fredda figlia del guantaio don Mariano Civile, Ferrantina, che dopo la morte del marito e la rovina della prospera azienda paterna si è ritirata in due stanzette sui fioriti gradoni di Chiaia. L’indubbia parentela col “Cardillo”, tuttavia, non deve trarre in inganno: benché rimasta inedita, la storia “un po’ magica” di Fiorì e del suo sconfinato amore per il pallido e assorto principe Cirillo, nipote del re storia, insieme, di un’intesa che precede i loro incontri e la loro stessa nascita -, non è né un abbozzo né un semplice incunabolo del romanzo: è un’opera compiuta, di fulgida bellezza. E il dolore che la pervade – “antico” e “caro” come ciò che amiamo ed è già, da sempre, perduto – è destinato, non diversamente dalla voce del Cardillo, a non lasciarci mai più.

Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato, Adelphi, Milano 2003

Alla fine del Settecento, tre giovani Signori – un principe, uno scultore, un ricco commerciante – scendono dal Nord Europa verso Napoli. Lo scopo del viaggio, la visita a un guantaio che vive a Santa Lucia con le figlie, si rivela però solo un pretesto quando fa la sua comparsa la bellissima, misteriosa Elmina, la Chimera che i tre giovani sono venuti a incontrare. Una storia «di Amori e Assassini», narrata con la leggerezza dell’opera buffa.

Dominique Fernandez, Porporino o i misteri di Napoli, Colonnese, Napoli 2008

L’autore celebra i fasti di Pergolesi e Cimarosa scegliendo il punto di vista di Porporino, immaginaria figura di evirato cantore, protagonista di questo romanzo. A cominciare dalla galleria di icone della storia dell’opera lirica: Mozart giovanissimo e scortato dal padre, Farinelli sul viale del tramonto, Cimarosa in perenne litigio con la primadonna di turno, e poi Casanova incerto fra le dame e i castrati, Lady Hamilton, l’abate Galiani, il principe di Sansevero, Orazio Nelson. Al centro della vicenda la grande querelle che animò i circoli culturali dell’epoca e che Fernandez dispiega in tutta la sua avvincente attualità. Da un lato l’antirealismo dell’opera seria, Achille, Didone, i funambolici gorgheggi dei castrati, l’utopica ricerca di andare oltre i limiti imposti alla natura umana. Dall’altro l’irruzione dell’opera buffa, le servette petulanti e i vecchi nobili gabbati: una gioiosa ondata di realismo che avrebbe segnato il destino dell’opera lirica.

domenica 21 settembre 2025

ore 15.30 | Rovereto, Museo della Guerra

Re-ligio. Nuovi legami

In programma musiche di: S. Gubaidulina, I. Holst, D. Šostakovič

Hermann Melville, Billy Budd, Bompiani, Milano 2012

Imogen Holst partecipa al lavoro di Britten per la composizione di Billy Budd tratta dal romanzo di Melville.

Scritto pochi mesi prima della morte di Melville, Billy Budd è una storia di mare ambientata su una nave da guerra inglese alla fine del Settecento. Un mozzo ventenne ingiustamente accusato dal maestro d’armi viene impiccato e rimane nella memoria degli altri marinai con la vivida forza dei martiri. Come sempre in Melville, la narrazione si configura come rappresentazione simbolica di una condizione esistenziale in cui il bene e il male, il giusto e l’ingiusto hanno la stessa forza di realtà. La verità del racconto accarezza il candore della vittima innocente, l’austero rigore del capitano Vere (che condanna Billy pur riconoscendolo senza colpa), ma anche la criminosa follia del mefistofelico Claggart.

Nina Berberova, Il corsivo è mio, Adelphi, Milano 1989

«Che ne facciamo della visione tragica della vita in cui siamo stati educati? Del tragico periodo della nostra storia? Del destino della mia patria, della mia generazione e infine del mio destino personale? Mi sembra che una risposta ci sia: la tragedia mi fu data come terreno, come base di vita: noi, nati tra il 1900 e il 1910, siamo cresciuti nella tragedia che a suo tempo è entrata in noi; per così dire l’abbiamo bevuta, ce ne siamo nutriti e l’abbiamo assimilata, ma ora che la tragedia è finita ed è iniziato l’epos, io ho il diritto, dopo aver vissuto una vita, di non prendermi troppo sul serio». Prima di giungere a «non prendersi troppo sul serio», la Berberova ha tracciato la storia della sua vita in questo libro, che apparve nel 1969 e col tempo sempre più si impone per l’intensità e la ricchezza della testimonianza. La Russia di prima, durante e dopo la rivoluzione, il mondo degli esiliati russi fra le due guerre, fra Berlino, Praga, Parigi, infine l’America, dove la Berberova è a lungo vissuta, ne sono la scena mutevole. E continuamente la vediamo attraversata da figure vivissime e disparate, fra cui riconosciamo Blok o Pasternak, la Cvetaeva o Belyj, Chodasevic o Remizov, Jakobson o Nabokov, tutti disegnati con la nettezza spavalda della narratrice. Difficile pensare un altro libro che restituisca con altrettanta precisione quell’aria del tempo, fosca e vibrante, che avvolse la vita di tanti grandi russi del nostro secolo, dispersi per l’Europa. A mano a mano che procediamo nella selva degli anni, il tempo sembra apparirci palpabilmente come quell’«ordito che non si può comperare, né scambiare, né rubare, né contraffare, né impetrare», nel quale la Berberova intesse sapientemente la sua vita, devota sin all’inizio, secondo la formula di Herzen, della «crudelissima immanenza».

domenica 21 settembre 2025

ore 17.30 | Rovereto – S. Ilario, Maso Zandonai (accesso dalla chiesetta romanica su SS12)

Beethoven Pop. Dalla voce al coro.

In programma: Ludwig van Beethoven, Selezione da Irische und Schottische Lieder

Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto, Marcos y Marcos, Milano 2017

I luoghi sono d’Irlanda, splendida e aspra: il vento dell’Atlantico spazza le colline, ma dietro le dune, centinaia di allodole invisibili formano un ombrello di musica nella calura celeste. Qui le donne non si fanno illusioni. A volte si induriscono, oppresse da troppe fatiche. Ma sanno accoglierti davanti al fuoco, ridere fino alle lacrime e abbandonarsi pienamente alle cose, visibili e invisibili. Gli uomini invece coltivano spesso nella mente un’idea diversa della vita. Il tempo potrebbe essere oggi, domani, sempre. Piccole crepe si aprono nella realtà conosciuta, nel quieto vivere, nelle convenzioni erette come barriere. Il mistero filtra e dilaga; sono donne, illusionisti, vecchi pescatori, rabdomanti a custodirlo. Con la sua lingua meticolosa e nitida (resa da Daniele Benati con straordinaria intelligenza e passione) Friel non giudica, non spiega. Gli basta il lampo della barca sul lago che appare e scompare nella notte, una testa troppo chinata sul volante per agganciarci: il nostro cuore è lì e l’immaginazione vola. Dieci racconti, dieci capolavori: Friel è un maestro dell’arte narrativa.

Fuani Marino, In Irlanda con Sally Rooney, Giulio Perroni Editore, Roma 2024

Dublino è al centro, punto di arrivo di quasi tutti i suoi protagonisti e verso cui l’autrice si mostra ambivalente, come già era stato James Joyce. Ci sono il Trinity College – una piccola città nella città – e i pub di Temple bar, il traffico e il lungofiume. Ma il cuore pulsante è a ovest, – Rooney, considerata a soli trent’anni una delle principali autrici viventi, è originaria della contea di Sligo, dove ha scelto di restare a vivere dopo aver studiato al Trinity letteratura americana – nei piccoli centri di Ballina e dell’immaginaria Carricklea, a ridosso delle scogliere.

Theodor Fontane, Viaggio attraverso la Scozia (1858), Santi Quaranta, Udine 2018

Nell’estate del 1858, Fontane compie un viaggio attraverso la suggestiva terra di Scozia, che racconta qui con quella sua lingua signorile e familiare, amabile e lievemente ironica. Il cuore e gli occhi del grande scrittore tedesco indugiano soprattutto su Edimburgo, ma anche su Linlithgow, Stirling, Perth, Inverness e Oban; Fontane tocca le corde più alte nella bellissima storia riguardante La Dama del Lago. Sempre accompagnato dal fedele amico Bernhard von Lepel al quale dedica il libro, visita la brughiera di Culloden Moor, l’abbazia di Melrose, le isolette di Staffa e di Iona; Abbotsford, la dimora-castello di Walter Scott, e tanti altri luoghi, terre e laghi scozzesi. Naturalmente s’interessa alle “case abitate dagli spettri”. La memoria si manifesta sobria, senza enfasi, attraversata da uno humour sottile e costante; Fontane ritrae una realtà con lo sguardo, penetrandola e dilatandola poi con la forza di un’osservazione profonda, ma anche con gustosi aneddoti storici e di costume. Una psicologia sapienziale dipinge le anime, gli interni dei gruppi e la vita quotidiana della gente. Quest’opera – sostiene l’autorevole germanista Giuseppe Bevilacqua – «si distende in un periodare agiato e pastoso, in cui l’erudizione storica perde ogni aridezza trapassando nella pittura d’ambiente e di paesaggio, di grandi linee, ma con particolari di impressionistica freschezza». Viaggio attraverso la Scozia si snoda, nell’insieme, come un itinerario minuzioso e poliedrico, che delinea non solo la realtà ambientale e i paesaggi, ma pure l’arte e la storia. Si tratta della più bella “guida” esistente sulla Scozia, che esce ora in seconda edizione.

ore 20.30 | Rovereto, Teatro Zandonai

Soffia vento da Nord

In programma musiche di: Dina Appeldoorn, Franz Joseph Haydn (Sinfonia n. 104 “London”), Felix Mendelssohn-Bartholdy (Sinfonia n. 3 “Scozzese”)

Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda, Iperborea, Milano 2025

L’insegna dell’Hotel Spaander, nel pittoresco villaggio costiero di Volendam, vicino ad Amsterdam, è il dipinto di un uomo sorridente con una mano sporca di tempera blu e la scritta: «Benvenuto, artista». Fondato nel 1881 da un visionario votato all’arte, l’albergo ha ospitato per oltre un secolo centinaia di pittori e scultori, diventando un vivace centro di confronto, creazione e sperimentazione di stili e universi estetici, crocevia di vite vagabonde, radicalismi politici e passioni inquiete, angolo preservato dal cladal clamore delle grandi capitali e protetto in un’Europa dilaniata dalle guerre. A Jan Brokken basta una visita per rimanere affascinato dalla ricchezza di storie e curiosità di questo luogo d’eccezione dell’arte moderna, che ha attirato Picasso, Kandinskij, Signac, Joseph Beuys, così come Proust che qui trovò ispirazione per un’eroina della sua Recherche.

Olanda, The passenger, Iperborea, Milano 2018

Cherchez l’eau, seguite l’acqua. Gli olandesi, così abili nel liberare migliaia di chilometri quadrati di terra dalla sua presenza, non riescono a togliersela dalla testa. O meglio, non possono: se lo facessero il loro paese scomparirebbe in un attimo inghiottito dai flutti. Nei Paesi Bassi, per definizione, se gratti sotto la superficie esce sempre l’acqua. E se provi a raccontare il paese, perfino oggi che la natura è in apparenza domata, ti ritrovi sempre con i piedi bagnati. Lo sa bene il grande reporter Frank Westerman, che nei polder è cresciuto, e che individua nella nostalgia per una natura incontaminata (un ossimoro: la natura in Olanda è solo artificiale) la sorgente di uno dei conflitti irrisolti del paese, tra la sua anima agricola e quella urbana e ambientalista. Sono teoricamente sott’acqua i meravigliosi canali di Amsterdam a cui lo scrittore belga Stefan Hertmans dedica un’appassionata dichiarazione d’amore ammantata di benevola invidia. Sono sotto il livello del mare anche le piste dell’aeroporto di Schiphol – uno dei maggiori hub europei – il porto di Rotterdam – uno dei più grandi al mondo. È dalla lotta contro la furia delle acque che ha preso forma il sentimento nazionale, diventato paradigmatico nel Novecento nella sua versione solidaristica e tollerante, e oggi ostaggio di una retorica nazionalista meno disposta ad accogliere ciò che non viene percepito come normaal. Una china pericolosa per un paese che ha fatto della sfida alle leggi dell’idraulica un marchio di fabbrica, della ribellione un punto d’orgoglio, della rottura degli schemi un credo calcistico, dell’innovazione una fortuna economica – come le coltivazioni intensive della Food valley, luogo ipertecnologico che rende l’Olanda seconda esportatrice di cibo al mondo e all’avanguardia nella ricerca sull’alimentazione del futuro. Ma per fortuna, come ha scoperto dopo lunghe ricerche lo scrittore Toine Heijmans, gli olandesi comuni una cosa in comune sembrano averla: sono molto poco normaal.

Frederik van Eeden, Johannes e il giardino incantato, Tilopa, Milano 1992

Johannes e il giardino incantato narra la meravigliosa avventura di un fanciullo, che riesce istintivamente a entrare in contatto con gli esseri della natura, piante, fiori, animali, e a vivere nel loro mondo una vicenda, che ha la forma e il fascino della favola, ma la tempo stesso esprime il contenuto esoterico che le è essenziale. Il valore della narrazione è appunto questo suo significato “magico”, sovrasensibile, che via via si rivela, mentre viene rispettato il canone della migliore fantasia fiabesca.

Frederik van Eeden (Haarlem 1960-Bussum 1932) fu uno dei massimi esponenti della cultura olandese del primo ‘900. Medico neurologo, s’interessò soprattutto all’infanzia, i cui problemi seguì con particolare attenzione. Come artista tentò lo svecchiamaneto della cultura romanica e manifestò spirito aperto verso nuovi influssi: operò infatti una sorta di combinazione tra brahmanesimo e tolstoianesimo, cui non fu assente, sin dall’inizio, uno spiccato interesse per la figura del Cristo.

Uomo di pensiero, permeò l’intera sua opera di un’ansia di ricerca che lo portò a produrre in campi molto diversi: s’interessò infatti di filosofia, teatro, poesia e metafisica, lasciando ai lettori un esempio di grande duttilità e sensibilità.

James Boswell, Diario di un viaggio alle Ebridi (1773), Sellerio, Palermo 2015

Questa curiosa avventura di viaggio del dottor Johnson con il suo biografo Boswell (che una ventina d’anni dopo lo avrebbe immortalato nella Vita di Samuel Johnson, di cui questo Viaggio alle Ebridi è una sorta di prova generale) si svolse tra l’agosto e il novembre del 1773. Il dotto letterato era nel suo sessantaquattresimo anno e dunque la faticosa escursione si caricava di molti significati, soprattutto la prospettiva di «godere gli aspetti selvaggi» di una terra ancora circondata di mistero. Ma come il Dottore guarda al paesaggio e si fa antropologo, così il giovane Boswell si sofferma di più sul venerato maestro («qualunque cosa riguardi un uomo così grande merita di essere osservata»). Sicché il diario giornaliero di una esplorazione diventa anche il ritratto di un genio in viaggio che giudica dei contemporanei e uno specchio della vita britannica settecentesca.